Museo dell'Arte Vetraria Altarese

Storia

Origini dell’arte vetraria altarese e primi sviluppi

Secondo una radicata e costante tradizione orale, l’arte del vetro fu anticamente introdotta ad Altare da una comunità benedettina che, rilevate qui le condizioni naturali idonee, si racconta avrebbe richiamato dal nord della Francia ( Normandia o Bretagna), alcuni esperti artigiani. Un confronto con i dati archivistici in seguito acquisiti non infirma quanto riferito.

Sull’isola di Bergeggi (insula Liguriae), presso la chiesetta voluta dalla devozione popolare sul sepolcro di Sant’Eugenio, il Vescovo di Savona Bernardo, nel 992, fece costruire un cenobio affidandone la cura a monaci benedettini chiamati dall’abbazia di Saint Honorat (isole provenzali di Lérins). L’atto relativo è tramandato dal cronista savonese G.V.Verzellino (1562-1638) “non per esteso – rileva Valeria Polonio – ma in abbondante regesto, con tali particolari da garantirne l’autenticità” [1].

Tra il 1124 e il 1134 le terre di Altare – allora pertinenti alla diocesi di Alba – furono donate dal vescovo Rimbaldo ai cenobiti lerinesi di Sant’Eugenio e una bolla di Papa Innocenzo II in data 20 febbraio 1141 ne confermò loro il possesso[2]. L’insediamento benedettino ad Altare va pertanto inquadrato storicamente in tale contesto.

È opportuno qui ricordare come dall’Alto Medioevo sia le fonti scritte che i dati archeologici testimonino in Occidente di stretti rapporti intercorsi tra i centri di produzione vetraria e i monasteri, dove si inizia a far uso di vetro per le finestre abbaziali. Esigendo poi la chiesa una particolare oggettistica di culto (calici, urne, reliquiari) anticamente le arti plastiche furono esercitate quasi esclusivamente nei cenobi e, comunque, soprattutto a beneficio del clero, cosicché – sottolineano molti autori – le officine vetrarie vennero spesso a gravitare attorno ad insediamenti monastici. Scrive in proposito Francesca Dell’Acqua:

«Poiché tra tarda antichità e primo Medioevo la produzione di vetro e vetrate appare vincolata alla domanda ecclesiastica, soprattutto monastica, è molto probabile che tale manifattura si fosse trasmessa proprio nei monasteri. Il maggior numero di vetrai noti attraverso fonti di età carolingia e ottoniana (IX – XI secolo) risultano vincolati a insediamenti monastici d’oltralpe, spesso come factotum ai quali è demandata anche la manutenzione delle finestre»
(Francesca Dell’Acqua, in “Medioevo”; anno VIII; n. 8, agosto 2004; p.109)

Relativamente al sud-est della Francia Danièle Foy formula analoghe considerazioni:

«L’importanza del ruolo delle comunità religiose nello sviluppo dell’arte vetraria è qui nettamente affermata […]Tale situazione -osserva più generalmente l’autrice – è d’altronde presente in tutte le regioni, dove si riscontra che le più antiche officine vetrarie gravitano sempre attorno a monasteri. La chiesa e l’autorità signorile, principali proprietari delle foreste, incoraggiarono la fondazione di vetrerie per diverse ragioni. I religiosi erano direttamente interessati alla produzione di vetro in quanto artigiani o proprietari della fornace, e probabilmente anche in quanto consumatori (gli inventari segnalano presso di loro una grande quantità di vetri), essi si proposero poi la promozione di quest’arte così come di altre attività.»
(Danièle Foy, Le verre médiéval et son artisanat en France méditerranéenne Marseille 1988; pp. 109 e 104)

Se i rari frammenti di documentazione pervenutici non forniscono per Altare indicazioni circa un’immigrazione di vetrai d’oltralpe, più in generale si può tuttavia osservare che l’importante azione economica svolta anticamente dal monachesimo anche attraverso la promozione di iniziative pre-industriali, non di rado si avvalse proprio dell’apporto di maestranze allogene. È il caso del monastero di Braunau (Austria) che verso la metà del XIII secolo attirò nei suoi possessi un’immigrazione di tessitori fiamminghi[3]. Va infatti considerato che lavorazioni complesse sul piano tecnico e organizzativo – quale appunto quella vetraria – difficilmente avrebbero potuto svilupparsi senza il concorso di artigiani altamente specializzati, per cui, se la carenza documentaria non consente di suffragare – o escludere – quanto riferito in merito dalla tradizione altarese, un fondamento di carattere analogico è comunque rintracciabile nelle vicende storiche del lavoro monastico. Un’immigrazione di vetrai francesi ad Altare potrebbe poi bene inquadrarsi in quel contesto di grande mobilità sociale – conseguente all’incremento e alla pressione demografica – manifestatasi nel’Occidente europeo approssimativamente tra la metà dell’XI secolo e quella del XIII (mobilità peraltro già storicamente peculiare a questa categoria artigiana). Riferisce in particolare J. Le Goff che una dinamica migratoria dal nord della Francia verso l’Italia settentrionale (così come verso altre regioni europee) risulti – a quell’epoca – rilevante:

«[…] Ma se è noto che questi Francesi si diressero in forze verso il sud-ovest, verso la Linguadoca e, soprattutto, oltre i Pirenei, verso la Spagna, e contribuirono non solo alle Crociate in Terra Santa ma anche al popolamento degli stati latini del Vicino Oriente, quanti sanno che i Francesi espatriarono in massa anche verso l’Italia del nord e i paesi cristiani del sud-est? A Modena all’inizio del secolo XII, esiste ad esempio una colonia francese o normanna che gode di uno statuto speciale – vive “sotto la legge salica” – mentre il resto della popolazione vive “sotto la legge romana”»
(J. Le Goff “Il Basso Medioevo”; Milano 1992; p. 52)

Relativamente alla prima metà del XIII secolo si ha poi notizie di migrazioni di famiglie “vetrarie” francesi in Inghilterra, e nel 1226, vi giunge dalla Normandia un Laurence vitrearius cui vengono concessi terreni in donazione[4]. Almeno a tutt’oggi non risulta trovino fondati riscontri le pur interessanti ipotesi espresse circa una derivazione mediorientale (Palestina, Libano o Siria) dell’arte vetraria altarese: conseguente – secondo alcuni autori – ai rapporti intrattenuti, sul finire del XII secolo, dai marchesi monferrini con queste regioni; riconducibile – per altri – ad un ampio movimento migratorio di artigiani ebrei, avviatosi dal II secolo contestualmente alla Diaspora. Sembrerebbe peraltro improbabile che in un piccolo, isolato borgo rurale, eventi di tale eccezionalità e portata abbiano potuto non trovare eco nella memoria storica locale, né lasciare influssi di carattere linguistico o culturale.

Sulla base di quanto riportato, potremmo dunque ragionevolmente ipotizzare attorno alla metà del XII secolo l’insediamento ad Altare delle prime fornaci da vetro. Le fonti archivistiche sembrano avvalorare tale assunto: nel maggio 1178 un Petrus vitrearius e nel dicembre 1179 un Nicola vitrearius sono menzionati in un cartulario notarile savonese dell’epoca[5]. Pur in assenza di indicazioni circa l’origine e lo specifico ruolo di questi vetrai (se si trattasse cioè di produttori o di semplici commercianti di vetro), la loro presenza nell’area geografica savonese appare riconducibile alla presunta attività economica di Altare, che nella città costiera trova il suo naturale e più immediato sbocco commerciale. Per quell’epoca infatti non è dato disporre di elementi che attestino – o semplicemente lascino ipotizzare – esperienze locali di arte vetraria in sede diversa da Altare, mentre le dimensioni dell’economia savonese paiono d’altro canto escludere una specifica commercializzazione di manufatti vitrei, se non provenienti da un’area circostante di produzione. È significativo al riguardo che nella stessa Genova, da ben più cospicue fonti archivistiche, non risulti allora alcuna presenza vetraria.

Nulla conosciamo in merito alla primitiva evoluzione di questa attività economica nel Savonese. È comunque interessante notare come nel frattempo vetri d’uso comune compaiano in inventari notarili locali, seppure sporadicamente, e di ciò sia riscontro nella documentazione materiale recentemente acquisita dalle indagini archeologiche.

Le analisi chimiche effettuate nel 2011 dal dott. Simone Cagno presso il Centro Europeo di Archeometria dell’Università di Liegi su un campione di 15 reperti vitrei provenienti dagli scavi del Palazzo della Loggia (Fortezza Priamar) di Savona e relativi ad un arco temporale compreso tra l’XI ed il XV secolo, ne hanno evidenziato, per larga parte, un elevato contenuto di allumina (> 3,5%) dovuto – secondo S.Cagno – ad utilizzo di sabbie locali[6]. Per quattro campioni (uno dei quali anteriore al XIII secolo) egli sottolinea poi come il tenore di allumina – qui oscillante tra 7-8% – sia del tutto inconsueto per vetri di epoca coeva. “La presenza di feldspato nelle rocce quarzifere sovrastanti Altare[8] – osserva in proposito Maria Brondi – rappresenta l’unica spiegazione possibile all’elevato tasso di allumina presente in alcuni reperti del Priamar presi in esame”.[9] Una peculiarità significativa, quindi, circa la provenienza dei reperti: il dato summenzionato che uno di tali frammenti sia ascrivibile ad epoca anteriore al XIII secolo viene infatti ad accreditare ulteriormente la datazione da noi assunta per l’origine dell’arte vetraria altarese.

L’ubicazione geografica del borgo in una zona rurale ad alta densità boschiva, la presenza di formazioni di quarzite e la vicinanza di sbocchi portuali erano tutte condizioni favorevoli all’esercizio di un’attività vetraria che, dalla seconda metà del ‘200, conoscerà progressivi sviluppi[9]attirando un considerevole afflusso d’immigrazione artigiana dal Genovesato, dalla Toscana e, secondo tradizione, anche da Venezia.I Ferro, i Bertoluzzi e i Marini-secondo A. Gasparetto- furono tra le prime famiglie veneziane immigrate ad Altare[10]. Ciò viene a comportare per i maestri altaresi l’acquisizione di nuove tecnologie di lavoro e un eclettismo espositivo che, nei secoli successivi, permetterà loro d’esportare lo stile italiano in tutto l’Occidente europeo[11]. Tale dilatazione di rapporti lavorativi, con la sua molteplicità di esperienze umane, a sua volta non potrà che determinare per la comunità artigiana uno straordinario arricchimento del proprio bagaglio culturale e tecnologico.

 

L’”Università dell’arte vitrea“

Appunto nel corso del ‘400 si ha notizia delle prime esperienze produttive attuate fuori dal territorio ligure. Alla dinamica espansiva dell’arte altarese sovrintende un’organizzazione attraverso precisi ordinamenti statutari. La più antica attestazione circa l’esistenza di una corporazione (detta Università dell’arte vitrea) risale al 1445[12], allorché si rende necessaria una regolamentazione organica in forma scritta dell’attività vetraria e dei rapporti che vanno evolvendosi internamente a questo mondo e nei confronti del mercato. La speciale normativa certamente riflette anche una prassi consuetudinaria stabilitasi nel tempo attraverso semplici convenzioni orali tradizionalmente osservate dagli addetti alle lavorazioni. La prima redazione pervenutaci data 15 febbraio 1495. La corporazione era presieduta da sei consoli eletti ogni anno il giorno di Natale, cui si conferiva la piena potestà di organizzare l’attività vetraria e di stabilire i tempi delle lavorazioni. Rientravano fra questi compiti la disciplina delle migrazioni temporanee che avvenivano dietro pagamento di determinate contribuzioni da parte del datore di lavoro e degli artieri ingaggiati. Sempre al Consolato dell’Arte spettava la formazione delle maestranze da inviare nelle località prescelte, il che dava luogo a un solenne cerimoniale in cui le squadre di artieri designate si impegnavano con giuramento a ritornare in patria entro la festività di San Giovanni Battista. I registri dell’Università annotavano le autorizzazioni accordate alle maestranze in procinto di espatriare, la loro composizione e in quali località fossero state richieste. Un’azione di tutela e controllo che H. Schuermans ipotizza si esplicasse anche attraverso l’invio di emissari nei vari centri di produzione[13]. Qui i nuclei di Altaresi, formando chiuse comunità, mantenevano vivi i legami con la terra di origine attraverso l’osservanza e la pratica delle loro tradizioni e abitudini di vita. Il rispetto delle norme statutarie da parte dei vetrai era infatti garantito anche dai forti vincoli di mutua solidarietà rinsaldati da comuni usanze perpetuatesi nei secoli: a un maestro delegato a rappresentare la corporazione spettava la riscossione dei tributi richiesti agli imprenditori per avvalersi delle prestazioni di una squadra di artieri, così come eventuali inadempienze contrattuali sorte tra maestranze e datori di lavoro venivano esclusivamente regolate dai capitoli dell’Arte. La normativa statutaria – con forza di legge riconosciuta dal potere sovrano – garantisce attorno al Consolato quell’unità fra tutti gli esercenti che probabilmente consente loro di eliminare la concorrenzialità attraverso reciproche convenzioni circa le rispettive quote di produzione e i relativi prezzi da imporre al mercato.

I maestri vetrai di Altare in Europa

I maestri di Altare – più liberi negli spostamenti rispetto ai Muranesi – si fecero divulgatori in Europa di uno stile ispirato agli innovativi moduli veneziani. Con la cosiddetta façon de Venise l’esperienza vetraria occidentale, riflettendo gli orientamenti culturali dell’epoca, abbandona infatti finalità funzionali per tendere a concezioni plastiche che privilegiano la pura creazione. Determinante al riguardo fu l’invenzione (1453 ca.) attribuibile al muranese Angelo Barovier del “cristallo” (o “cristallino”)[14]: un vetro accostabile per purezza e trasparenza al cristallo minerale. L’impasto, di straordinaria plasticità, avvia la realizzazione di nuove forme dalla raffinatissima eleganza di gusto tipicamente rinascimentale, che verranno a contraddistinguere per oltre due secoli la “maniera” imperante in Europa. Tra le località frequentate dagli artieri altaresi, Nevers (fine XVI-XVIII secolo) e Orléans (ultimo terzo XVII secolo) furono i più illustri centri d’arte vetraria da essi creati in Francia. Qui non ci si propose più, come dovunque, una mera imitazione della façon de Venise, ma si affrontarono vie nuove per una vetraria dagli originali connotati stilistici realizzati anche attraverso una felice sintesi espressiva di motivi mutuati dalle arti della ceramica e degli smalti praticate dagli stessi altaresi. Attorno al 1583 si trasferiscono a Nevers da Lione, Giacomo Saroldi, Giovanni Ferro, Vincenzo Ponta e Sebastiano Bertoluzzi, ottenendo un monopolio per un raggio di venti leghe attorno alla città. Nel 1585 sono loro associati Agostino Conrado e Pietro Pertino di Albisola, ceramisti entrambi, come risulta fossero alcuni degli Altaresi, essendo comune alle due arti l’utilizzo di particolari materie prime. Accanto all’arte vetraria e della ceramica, non minore rilievo assumeva intanto a Nevers quella degli smalti. Va infatti ricordato che, tra il 1565 e il 1577, maestri italiani (pare trattarsi di artisti toscani venuti in Francia al seguito di Girolamo Della Robbia, attivi dapprima a Lione unitamente ad altaresi e a ceramisti faentini e albisolesi) avevano qui introdotto una tipica produzione di piccole figure a smalto, nota più tardi internazionalmente come “verre filé de Nevers”. La vetreria oltre a fornire la materia prima agli smaltisti della città,[15] risulta gestisse anche in questo campo una propria fabbricazione. È significativo al riguardo che Vincenzo Saroldi, nel maggio 1600, fosse autorizzato a stabilirsi indifferentemente in alcuni tra i principali centri francesi “per confezionarvi ogni sorta d’opere in vetro […] senza bruciare legna o carbone”. La clausola relativa all’impiego del combustibile lascia appunto dedurre si trattasse esclusivamente di lavorazioni in pasta vitrea modellata “a fiamma di lucerna”. Un tipo di produzione che nel 1605 ilJournal d’Héroard segnalava menzionando “i piccoli cani di vetro ed altri animali fatti a Nevers” con cui si dilettava nell’infanzia Luigi XIII. I registri di consegna della fornace nivernese annoteranno ancora tra i suoi “verres filés”: falsi gioielli, spille, statuine e oggetti devozionali, ninnoli e piccoli scrigni. Una molteplicità di curiosi articoli – impossibile ad elencarsi compiutamente – forniti a mercanti di vetri e monili d’ogni parte di Francia. Un cronista dell’epoca ebbe ad osservare in proposito: “Nevers può definirsi un’altra Murano. Se vi fate mostrare le opere più curiose, le ammirerete come altrettanti capolavori d’arte, i quali non fanno minimamente sfigurare quest’industria nella creazione di anelli, orecchini e altri gioielli che vi vengono presentati al vostro arrivo e non potete fare a meno di acquistare”[16]. Altra specialità nivernese era un vetro imitante – nel colore e nelle venature – pietre quali il diaspro, l’agata, il calcedonio. ”Gli Italiani di Altare insediatisi nel Nivernese dal XVI secolo – osserva in proposito J. Bellanger – divennero [in Francia] i più importanti produttori di vetri diasprati. Praticamente tutti i pezzi diasprati francesi di quest’epoca sono nivernesi”[17]. A Giovanni Castellano, dal 1647 direttore della vetreria, fu concesso un monopolio trentennale “lungo la Loira da Nevers a Poitiers” per lo smercio dei suoi manufatti. Luigi XIV affermava nel documento che:

«[…] il suddetto maestro, nativo di un borgo chiamato Altare, ha impiegato diversi anni in Paesi esteri alla ricerca di ricette relative all’arte vetraria e degli smalti, acquisendo, attraverso lunga esperienza, una tale perfezione da creare opere in cristallo e vetro raffinato equiparabili in bellezza a le più apprezzate che si producono all’estero»
(F. Boutillier, op.cit.; p. 71)

Analoghi apprezzamenti per quanto realizzato in Francia da maestri altaresi furono in precedenza (1597) espressi da Enrico IV che autorizzando Giacomo, Vincenzo Saroldi e Orazio Ponta a stabilire una vetreria a Melun, presso Parigi, riconosceva l’importanza di quelle da loro dirette a Lione e Nevers. “I nostri cari e beneamati Giacomo e Vincenzo Saroldi fratelli e Orazio Ponta loro nipote – si legge nel documento – gentiluomini nell’arte e scienza vetraria, avendo in precedenza e da lungo tempo gestito le fornaci da vetro cristallo nelle nostre città di Lione e Nevers, hanno acquisito una tale reputazione nella perfezione delle loro opere che la maggior parte dei vetri del detto cristallo di cui ci si serve nella nostra corte, nel seguito e in tutto il nostro regno, provengono dalle città di Lione e Nevers […]”. (Ibid. pp 17–19). Il decreto accenna a difficoltà economiche che si erano presentate all’Altarese e lo avrebbero indotto a ritirarsi se non fosse intervenuto il cardinale Mazzarino che “secondando l’eccellenza dell’arte del detto Castellano”, lo confermò nelle sue esenzioni e privilegi. Non meno determinante per l’Altarese fu la protezione accordatagli da Jean-Baptiste Colbert (nel Consiglio Superiore dal 1661 quale responsabile alle Finanze) la cui politica di sviluppo industriale e di contenimento delle importazioni favoriva ogni iniziativa idonea a introdurre stabilmente in Francia le tecnologie produttive dei vetrai italiani. La conferma del Monopolio della Loira e la facoltà concessa all’Altarese di smerciare i suoi vetri “ovunque gli fosse parso opportuno ed anche a Parigi” (nonostante l’opposizione di alcuni imprenditori francesi del settore) consentì una notevole prosperità alla fornace nivernese, la cui produzione seppe sempre mantenere – come ha osservato P. Boudois – “un nettissimo carattere italiano” grazie all’apporto di maestranze altaresi ripetutamente ingaggiate[19]. La vetreria, più tardi diretta da membri della famiglia Bormioli, serberà inalterata la sua antica reputazione per cui, ancora nel 1778 il “Nouveau voyage de France, géographique, historique et curieux” (pubblicato a Parigi) segnalava di Nevers la fornace della Grande-rue definendola “le petit Muran de Venise pour la singularité des différents ouvrages qui s’y font”[19]. Circa Orléans, dal 1668 vi operò Bernardo Perrotto, in assoluto il più celebre vetraio altarese, che presto si segnalò qui come geniale creatore di nuove paste vitree e per un originale impiego decorativo di smalti su rame ed altre materie. Affermando d’essere pervenuto a ricomporre ricette scomparse da secoli, nel dicembre 1668 ottenne da Luigi XIV uno speciale privilegio che gli consentiva l’utilizzo in esclusiva di alcune sue invenzioni, tra le quali un nuovo tipo di vetro rosso,a base di oro e arsenico. Il successo incontrato gli permise di aprire a Parigi un magazzino di vendita sul Quai de l’Horloge e di quegli anni (attorno al 1672) è anche la sua più importante invenzione: la cosiddetta tecnica della colatura. La massa di vetro fuso, colata appunto su di una superficie di terra refrattaria, veniva uniformemente appiattita da un rullo in rame, ottenendone specchi e lastre di dimensioni assai più ampie di quelle consentite sino ad allora dal tradizionale procedimento “per soffiatura”[20]. Diffusosi presto universalmente, il metodo, senza sostanziali modifiche, fu in uso sino agli inizi del ‘900. Un contributo fondamentale arrecato quindi dall’Altarese all’evoluzione della tecnologia vetraria, in virtù del quale l’obiettivo perseguito dal Re di emancipare il mercato francese dall’importazione di lastre e specchi veneziani poté finalmente realizzarsi. Fu il Monopolio della Loira (condiviso con Orléans) ad esercitare allora in Francia l’azione di maggior portata tra i vari centri vetrari nazionali, ma poco è qui rimasto della produzione sicuramente attribuibile agli Altaresi. Rispetto ai modi espressivi di impronta più tipicamente barocca si può ritenere la loro influenza non estranea all’imporsi in Francia di uno stile nettamente orientato verso forme dalle linee più sobrie ed essenziali. Esisteva comunque una specifica “maniera” altarese se nel corso del XVII secolo risulta si sia affermata a Liegi una façon d’Altare (oggi d’incerta identificazione morfologica) che incontrò i favori del gusto locale così da essere formalmente imposta, nei contratti di assunzione, agli stessi Muranesi là operanti[21]. A ulteriore testimonianza dell’eclettismo degli Altaresi operanti in Francia va ancora segnalata, in Bretagna e Poitou, l’interessante produzione di “porcellana di vetro” (XVII-XVIII sec.), specialità che si diffuse verso altre regioni della Loira. E considerevole sempre in Bretagna, fu la produzione ceramistica (fine XVI-XVII sec.): un capitolo dell’arte altarese ancora tutto da approfondire. Risulta comunque vi fossero fabbricati in gran quantità piatti rotondi e ovali, bottiglie, fiasche, vasi, candelieri, acquasantiere: un repertorio mutuato dai modelli vetrari che, attraverso particolari soluzioni espressive, potrà a sua volta influenzare la vetraria altarese in una sorta di interazione stilistica. A Londra, nel frattempo, un altro altarese, Giovanni Battista Da Costa, qui attivo dal 1670, risulta abbia svolto un ruolo determinante nell’invenzione di un nuovo cristallo piombico (il cosiddetto flint glass) la cui paternità è stata sino ad oggi generalmente attribuita a George Ravenscroft, direttore di quella fornace. L’aggiunta di ossido di piombo alla miscela vetrificabile in percentuali maggiori rispetto al passato, consente di ottenere un cristallo purissimo e di una consistenza che ben si adatterà alle nuove tecniche decorative di intaglio profondo alla ruota[22]. È questo vetro di straordinaria brillantezza che, attraverso nuove e stilizzate realizzazioni, predomina nel gusto per larga parte del XVIII secolo segnando in Europa il tramonto di quel vastissimo fenomeno artistico-espressivo noto internazionalmente come façon de Venise.

Declino dell’Industria vetraria ad Altare – Fondazione della S.A.V. – I.S.V.A.V. – Museo del vetro

Ad Altare, come a Murano, un irreversibile processo di declino dell’industria vetraria, avviatosi – pur tra fasi alterne – dal ‘600, si accentuerà con l’abolizione generalizzata delle corporazioni di mestiere (fine XVIII – prima metà XIX secolo). Contestualmente anche l’antica Università dell’arte vitrea fu pertanto soppressa nel giugno 1823 da Carlo Felice. Ne conseguì un massiccio esodo di artieri verso l’America Latina e in Italia dove – con i suoi insediamenti produttivi – verrà a costituire la primitiva ossatura dell’industria vetraria nazionale[23]. Il sentimento di solidarietà fra i maestri altaresi non venne meno tuttavia e condurrà nel dicembre 1856 alla fondazione della Società artistico vetraria,(S.A.V.) prima cooperativa di produzione industriale italiana. Il suo andamento economico soltanto in epoca contemporanea conoscerà un progressivo deterioramento causa problemi di natura finanziaria e strutturale che condizioneranno l’attività dell’azienda sino a determinarne la cessazione (aprile 1978). Per la storia del vetro altarese questa data non ne segna comunque la conclusione. Nel 1982 si costituiva l’Istituto per lo studio del vetro e dell’arte vetraria (I.S.V.A.V.) con il precipuo scopo di recuperare il ricco patrimonio artistico-culturale della tradizione vetraria di Altare e porre le premesse per il rilancio dell’attività artigiana nei suoi aspetti più tradizionali. Si inquadra appunto in tale progettualità l’acquisizione, da parte dell’I.S.V.A.V., della collezione di vetri già appartenuta alla Società Artistico-Vetraria, ora patrimonio costitutivo del Museo del Vetro di Altare, dal 2004 degnamente allocato presso Villa Rosa, prestigiosa residenza privata del primo ‘900 – in stile liberty – acquistata nel 1992 dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Linda Siri, curatrice del Museo, così tratteggia il positivo evolversi di tali vicende:

«Nel 1995 cominciarono finalmente i tanto attesi lavori di restauro di Villa Rosa, che venne subito individuata come unica sede in Altare degna di ospitare il prezioso patrimonio della sua storia vetraria. Nel 2004 Villa Rosa apre le porte: le ristrutturazioni l’hanno riportata all’antico splendore. All’interno di uno spazio finalmente adeguato alle proporzioni della collezione, l’I.S.V.A.V. ha la possibilità di riorganizzare le opere in vetro in sezioni divise per artista, tematiche o scopi d’uso e riesce anche ad istituire [una] biblioteca specializzata.[…] Oltre alle bellissime e capienti sale interne, viene immediatamente sfruttata la presenza dei giardini di Villa Rosa, nei quali si individua il luogo ideale per ricreare una “piazza” di maestri vetrai come quelle presenti nella S.A.V.. Viene infatti ritagliato un ampio spazio dove trovano posto un forno per la fusione del vetro, gli antichi strumenti che utilizzavano i maestri vetrai e le tempere necessarie per la cottura degli oggetti soffiati.[…] Negli ultimi anni l’area è stata arricchita con l’aggiunta di un secondo forno che dà modo di differenziare e aumentare la lavorazione del vetro»

[24]. Per l’I.S.V.A.V. questo è uno dei tanti modi per tramandare, diffondere e conservare la parte più importante della storia altarese, storia che ha fatto conoscere il nostro paese ovunque come uno dei primi siti in cui si è sviluppata la lavorazione del vetro, punto nodale intorno a cui si è costituita la nostra identità.[25]

Note

^ Diocesi di Savona Noli in “Liguria monastica”; Cesena 1979, p. 159.
^ “Documenti intorno alle relazioni fra Alba e Genova, 1141-1270″; vol. 1, doc. 1 – Pinerolo 1906
^ V. Berlière; “l’ordine monastico dalle origini al secolo XII”; Bari 1928; p.84
^ P. Warren; “Irish Glass”; London 1981; p. 23
^ “Il cartulario di Arnaldo Cumano e Giovanni di Donato (Savona 1178 – 1188)” a cura di R. Balletto; Roma 1978; p. 310 e p. 5.
^ S. Cagno, M. Brondi Badano e F. Mathis, Study of medieval glass fragments from Savona (Italy) and their relation with the glass produced in Altare, in Journal of Archaeological Science, vol.39, nº7, 1° luglio 2012, pp.2191-2197, DOI:10.1016/j.jas.2012.03.013. URL consultato il 04 settembre 2015.
^ Già nel 1807 il prefetto Chabrol de Volvic nella descrizione della geologia del territorio del Dipartimento di Montenotte scriveva: “Al Colle di Altare la sommità degli Appennini è essenzialmente formata da una roccia cristallina composta di quarzo, feldspato bianco e di allagio”. Statistica del Dipartimento di Montenotte; a cura di G.Assereto, Savona 1993; p. 161.
^ “Ricette vetrarie altaresi”; Maria Brondi Badano, Luigi G. Bormioli; Genova 2014; pag.134.
^ Il primo marzo 1281 un tal Gabriele “vitrerio di Masone abitante ad Altare”, riceve, a nome del fratello Manfredo, alcune somme di cui è debitore un mercante di Genova. Si tratta qui della prima esplicita attestazione circa l’esistenza di un’attività vetraria in Altare. Il dato archivistico è di fonte genovese. Per Savona – primario sbocco commerciale e portuale di Altare – una documentazione notarile caratterizzata da una certa continuità si ha soltanto dalla metà del XIV secolo. Circa poi l’entroterra savonese, documentazioni notarili redatte in loco si avranno non anteriormente alla fine del ‘500.
^ “Il vetro di Murano dalle origini”; Venezia 1958; citato da M.Badano Brondi in “Storia e tecniche del vetro preindustriale”; Genova 1999; pp. 28-29
^ Se ad Altare attraverso i secoli la tipologia produttiva delle sue fornaci risulta soprattutto costituita da un vetro di carattere utilitario, furono le migrazioni delle sue maestranze a lasciare le più rilevanti tracce di tale versatilità espressiva.
^ Ne è console in quell’anno un Giovanni Massari (Arch. Fam. De Massary, Parigi).
^ L’osservazione è suggerita all’autore belga dall’occasionale presenza di alcuni Altaresi a Liegi e a Nevers (seconda metà ‘600) per semplici atti di stato civile relativi a vetrai compatrioti: “Anziché supporre viaggi di cento o duecento leghe per assistere al battesimo di un cugino o al matrimonio di un nipote – egli afferma – riterrei piuttosto che il viaggiatore fosse in missione e si approfittasse della presenza di un delegato dei consoli onorandolo come padrino o testimone”. (“Verres de Venise ou d’Altare fabriqués aux Pays-Bas”; Bruxelles 1883-1893; 7° lettera; pp. 344-45).
^ Era un vetro ottenuto – con particolari procedimenti di fusione – attraverso decolorazione con biossido di manganese e depurazione delle ceneri fondenti.
^ La materia prima era costituita da “bacchette di smalto”. Si trattava di un vetro opaco (contenente ossido di stagno o acido arsenico) plasmabile “à la lampe”
^ F. Boutillier, “La verrerie et les gentilshommes verriers de Nevers“ ; Nevers 1885.
^ J. Bellanger ‘Verre d’usage et de prestige. France 1500-1800’ ; Paris 1988 ; pag 35. Tali vetri detti anche marezzati erano costituiti da una pasta vitrea opaca ottenuta con l’aggiunta di vari composti metallici nel crogiolo di fusione.
^ P. Boudois ‘La verrerie nivernaise et orléanaise aux XVII siècle’ ; Paris 1932 ; pp 4-5.
^ F. Boutillier, op.cit.; p.99.
^ Questa tecnica prevedeva il taglio in senso longitudinale di un cilindro ottenuto “a soffio” e la sua successiva spianatura. Se ne potevano ottenere specchi e lastre di altezza non superiore a 40 pollici (m. 1,08); mentre il nuovo procedimento consentiva dimensioni pari ad 80 per 40 pollici.
^ Merita segnalare che una produzione “all’altarese” sia attestata nel 1655 anche a Kiel (rysselsche nach Art der Altaristen). W.A.Thorpe; “English glass”; London 1961. Negli anni 1660-70 a Marco ed Augenio Saroldi, Ottavio Massari e Corrado Mirenghi, fu invece richiesta a Liegi una tipica produzione façon de Venise di calici “a fiore” ed “a serpente” (espressioni relative a particolari motivi ornamentali di complessa esecuzione caratterizzanti lo stelo e riferibili appunto a cosiddetti verres extraordinaires o verres d’apparat di matrice stilistica prettamente muranese). R. Chambon annota che a questi Altaresi fu corrisposta la stessa retribuzione – fissa o “al pezzo” – sino ad allora riservata ai maestri veneziani qui operanti. (“Histoire de la verrerie en Belgique”; Bruxelles 1955; p. 149).
^ Il suo brevetto è del 1674.In precedenza il Da Costa, in società con un certo Jean Guillaume Reinier e un altro Altarese Giovanni Odasso Formica, aveva operato a Nimega dedicandosi ad una produzione di gemme false in vetro. Si ritiene dovesse trattarsi di un vetro contenente ossidi di piombo la cui ricetta sarà alla base del flint glass. Poco più tardi un vetro analogo sarà infatti prodotto in Svezia dal Reinier e in Irlanda dall’altro socio Odasso Formica che ne otterrà qui un brevetto. Sul Da Costa si veda Anita Engle “The glassmakers of Altare”; Jerusalem 1981. La stessa autrice riporta che membri della famiglia altarese Dagna, dal 1684 a Newcastle, “diedero qui origine ad un’importante dinastia di maestri cui si debbono alcuni tra i più raffinati vetri inglesi al piombo”.
^ Nel corso del XIX secolo vetrerie furono dirette da Altaresi a Torino (Racchetti), Milano (Bordoni), Sesto Calende (Bordoni e Bertoluzzi), Casalmaggiore (Brondi, Bormioli e Bordoni), Piacenza (Saroldi), Borgo San Donnino e Parma (Bormioli), Brescello (Bordoni), Ferrara (Brondi), Rimini (Brondi e Marini), Firenze (Bormioli), Terni e San Severino Marche (Mirenghi), Pesaro (Buzzone), Vestone e Sacrofano (Bormioli), Roma (Brondi), Salerno e Vietri (Racchetti). Ancora attorno al 1880 la proprietà di oltre il 50% delle fabbriche italiane di vetro bianco faceva capo ad Altaresi. Circa gli insediamenti ottocenteschi di vetrai altaresi in America latina, si segnalano, dalla fine degli anni ’30, quelli di Buenos Aires, Montevideo, Rio de Janeiro e Lima.
^ N.d.A. Tali lavorazioni vengono organizzate in occasione di particolari ricorrenze legate a riti e tradizionali usanze dell’antico mondo corporativo. Tra queste la cosiddetta “messa di fuoco” che a San Martino, da tempo immemorabile segnava per le varie fornaci locali l’inizio della campagna lavorativa. Gli elevati costi d’esercizio di una fornace hanno ad oggi impedito ad Altare una ripresa continuativa della lavorazione artigiana del vetro in pasta. Moderne tecnologie hanno tuttavia consentito che le antiche tradizioni dell’arte vitrea” permanessero vive nelle “botteghe” di Costantino Bormioli e Raffaello Bormioli, originali creatori e sperimentatori di sempre nuove e raffinate forme. Va poi segnalata la bottega di vetri “Vanessa Cavallaro” dove l’arte della decorazione intagliata ha trovato alta espressione
^ Il museo dell’Arte vetraria altarese”; a cura di M.Chirico; Albenga 2009; pp.15-16

Museo dell'Arte Vetraria Altarese

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Tel. 019.584.734 - Fax. 019.589.93.84

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